L'almanacco di Grazia Galante
Credenze e usanze
L’Epifania

Secondo una credenza popolare, la notte dell’Epifania, i morti, dopo essere usciti dalle loro tombe nella notte tra l’1 e il 2 novembre, tornano al cimitero passando per i luoghi dove sono vissuti per depositare dietro la porta delle persone, che moriranno nell’arco dell’anno, una croce invisibile ai vivi.
Si racconta che la signora Maria Carmela Rendina in Palmieri (1860-1942), la notte dell’Epifania, avendo sentito suonare le campane della chiesa della Madonna delle Grazie, si alzò e si preparò per andare a messa, trovò la chiesa gremita di persone che partecipavano al sacro rito e che la guardavano meravigliate. Una di queste si avvicinò e le disse:
“Tu che fai qui? Questo non è posto per te. Vattene!” La cacciò e le chiuse la porta in faccia mentre un lembo della sua tunacèdda rimaneva impigliata. Recuperatolo a fatica, la donna tornò a casa ancora frastornata e andò a dormire. Quando si svegliò, pensò di aver fatto un sogno, ma l’orlo della sua tunacèdda, ancora bagnato, le rivelò che lei aveva sul serio partecipato alla messa dei defunti.
A Sannicandro Garganico si crede che può assistere a questa manifestazione notturna solo chi accende uno stoppino preparato con il cerume prelevato dalle orecchie.
A Mattinata, dice Salvatore Prencipe: “Nel pomeriggio della vigilia dell’Epifania nell’atrio della Sagrestia della Chiesa Parrocchiale, il Parroco solennemente benedice l’acqua già preparata in alcuni tinelli o altri grandi recipienti, circondato da una frotta di ragazzi e ragazze, che con secchietti, orciuoli e bottiglie aspettano impazienti la fine della benedizione per attingere l’acqua santa da portare nelle case....
La notte le buone donne sulla tavola da pranzo, coperta da tovaglia bianca, apponevano un bicchiere con la detta acqua santa con un fusticino di palma benedetta, con una pagnotta di pane impastato nelle feste di Natale, con un coltello e un ago con filo.
In quella notte infatti (...) Dio permetteva che le anime dei trapassati potessero uscire dal Purgatorio: esse, ordinate in una interminabile processione, aperta dagli angioletti e chiusa da quelle perite di morte violenta, visitavano le case die fedeli, le benedicevano con l’acqua santa, assaggiavano un po’ di pane, se avevano fame, si rammendavano le vesti eventualmente sdrucite.
I padroni poi facevano pascere fino a sazietà i propri animali domestici, per non incorrere nella maledizione dei morti, presso i quali le bestie potevano lamentarsi per il cattivo trattamento.”
* * *
Il maialino di Sant’Antonio Abate
C’era una volta una donna incinta, che era andata al pozzo ad attingere l’acqua. Dopo aver riempito la conca, cercava qualcuno che l’aiutasse a mettersela in testa, ma, non passando nessuno di là, dopo aver aspettato per un bel po’ di tempo, disperata disse:
“Madonna mia, non passa neanche un diavolo!”
Subito dopo vide un bel giovane e gli chiese:
“Bel giovane, mi aiuti a sistemare la conca in testa?”
Il giovane si mostrò subito disponibile, però le disse:
“Sì, però tu mi devi dare quello che porti in grembo.”
La donna rispose di sì, anche perché pensava che il giovane avrebbe dimenticato la promessa.
La donna partorì ed ebbe un bel bambino. Quando questi si fece grandicello, incontrò il giovane che gli disse:
“Ricorda a tua madre di mantenere la promessa.”
Il ragazzo, quando andò a casa, riferì tutto alla mamma che gli disse di rispondere:
“Un’altra volta.”
E tutte le volte che il ragazzo incontrava il giovane, gli riferiva ciò che la mamma gli aveva detto.
Quando il ragazzo divenne giovane, incontrò di nuovo l’uomo che gli diede sempre lo stesso incarico, ma questa volta la mamma, convinta che il figlio si sarebbe saputo difendere da solo, gli disse di rispondere:
“Va bene, prendimi!”
L’uomo lo prese immediatamente con sé e lo portò all’inferno. I diavoli, appena lo videro, gli fecero una grande festa. Il giovane, che aveva portato con sé il maialino e un cerchio di ferro a cui era legato un bastone, cominciò a farlo girare e colpì tutti i diavoli, che, dopo aver visto che il nuovo arrivato era più diavolo di loro, lo cacciarono.
Il giovane andò via, però, poco dopo si accorse di aver lasciato il maialino nell’inferno, ritornò indietro e lo recuperò con una metà del corpo già bruciata.
Questo è il motivo per cui Sant’Antonio Abate viene raffigurato con un maialino chiaro e scuro.
Il giorno di Sant’Antonio Abate (17 gennaio), in quasi tutti i paesi del Gargano, inizia ufficialmente il Carnevale. In questo stesso giorno a San Marco in Lamis i bambini nel passato erano soliti scavare con le manine per terra alla ricerca di pezzi di carbone.
A Mattinata in tale giorno “usavasi mangiare pancotto con pane conservato dal Natale.” (S. Prencipe)
La stessa usanza era presente a Monte Sant’Angelo.
A Sannicandro Garganico verso l’imbrunire si accendono in tutti i quartieri ‘i fuochi’ (falò) che poi saranno ripetuti la sera del 20 gennaio, festa di San Sebastiano, e la sera del 3 febbraio, festa di San Biagio.
“I diversi rioni fanno a gara nell’accendere il fuoco più bello.
Mentre brucia la legna, si arrostiscono fave e ceci ‘a la marina’, vale a dire nella sabbia di mare resa infuocata, che poi vengono gustati assieme alle salsicce e a un buon bicchiere di vino locale.
Al termine della cerimonia ogni persona prende una pala di brace e la porta in casa in segno di devozione. La cenere che se ne otterrà sarà sparsa nei campi perché siano preservati dal cattivo tempo e da ogni altra intemperia e possano quindi dare dei buoni raccolti.” (Isabella Gualano)
* * *
Sposalizio della Vergine

Il 23 gennaio si ricorda lo Sposalizio della Vergine. La ricorrenza viene celebrata nella chiesetta di San Giuseppe con una messa solenne al termine della quale vengono buttati all’esterno confetti e mandorle a bambini e adulti in attesa di acchiapparne a volo il più possibile.
Sull’altare della chiesa troneggia la Coppia celeste unita in matrimonio dal vecchio Simeone.
La sera sono molti i sammarchesi che si recano nella chiesa suddetta a chiedere a Giuseppe e Maria di benedire la propria famiglia.
Nel passato, nei giorni successivi a quello dello Sposalizio, la Madonna indossava un vestito rosso per dare l’impressione che si protraesse la festa per più giorni come avveniva nelle famiglie sammarchesi più facoltose.
* * *
La festa di San Ciro

Nel passato il giorno della festa di San Ciro (31 gennaio) veniva benedetta l’acqua dal parroco don Angelo Lombardi della parrocchia di Sant’Antonio Abate, in cui si venera la statua del Santo. Tanti bambini, provenienti da tutti i quartieri di S. Marco, nel pomeriggio arrivavano nell’angiporto, adiacente la chiesa, con una bottiglia piena d’acqua in attesa che il sacerdote uscisse dalla sacrestia con l’aspersorio e la benedicesse. L’acqua benedetta, portata a casa, veniva offerta dalle mamme a tutto il vicinato e bevuta, dopo aver recitato un Pater, Ave, Gloria.
San Ciro, medico, è molto venerato soprattutto da chi ha problemi di salute.
* * *
Glossario
ada, v. devi, avrai da. Forma verbale usata per formare la seconda persona singolare del tempo futuro semplice dei verbi. || ada menì, verrai.
asselute, agg. solo, assoluto. || pane asselute, pane senza companatico; panecotte asselute, pietanza a base di solo pane cotto in acqua e condito con olio e aromatizzato con aglio, sale e alloro; patrone asselute, padrone assoluto, indiscusso; vine asselute, solo vino.
atu (var. ate), agg. e pron. (f. ata, pl. ati) altro. || ann’atu pòche, fra un po’; ann’ata vanna, in un altro posto, altrove; all’atu munne, nell’al di là; paré n’ate e ttante, sembrare un’altra persona, acquistare un aspetto migliore.
belliggió’!?, bel giovane!? Giovane!? Appellativo usato quando ci si rivolge ad un giovane di cui non si conosce il nome.
fenucchiédde (var. funucchiédde), s.m. (bot.) finocchietto selvatico spontaneo, pianta della famiglia delle Ombrellifere, i cui frutti sono utilizzati come aromatizzanti (Foeniculum vulgare). || la strata li Fenucchiédde, denominazione volgare di via Guerrazzi, così denominata poiché gli abitanti sbarcavano il lunario vendendo finocchietti selvatici raccolti nelle campagne circostanti.
Ggire, s.p. Ciro. // dim.- vezz. Ggeruzze.
màsckera, s.f. 1 maschera. || màsckera pe ll’àpera, maschera usata per l’alveare; arrubbà sènza màsckera, rubare sfacciatamente. 2 maschera, persona travestita con abiti carnevaleschi.
menì, v. intr. venire, arrivare.
Pasqua, s.p. Pasqua. || Pasqua Bbufanija, Pasqua Epifania; Pasqua de lli ròse, Pentecoste.
ponne, (ind. pres. ponne, punne, ponne, punnime, punnite pónnene; impf. punnéva, punnive, punnéva, punnevame, punnevate, punnévene; imper. punne, punnite; ger. pres. punnènne; p.p. poste), v. tr. porre, mettere in testa. || ponne ncape la conca, lu tavulére, porre sulla testa la conca, la spianatoia; ponne sope li spadde, porre sulle spalle.
quidde, pron. dimostr. m. (f. quédda; pl. m. quiddi; pl. f. quéddi) quello, quegli. || pe nna quédda, per rendersi conto; méttece a qquidde, provare imbarazzo. || prov. quidde che vvide vide e qquidde che ssinte sinte, (lett.) ciò che vedi vedi e ciò che senti senti; (fig.) invito a farsi i fatti propri.
saccòccia, s.f. tasca. || saccòccia lu ggiacchétte, lu palléttò, lu cavezone, la tasca della giacca, del cappotto, dei pantaloni; saccòccia alla cacciatora, tasca da cacciatore, carniera; tasca capiente utilizzata a volte per infilarci ceci, fave o castagne abbrustolite da consumare all’osteria; tené la saccòccia vacanta, (fig.) non avere danaro; métte mana alla saccòccia, pagare. // dim. saccuccèdda.
sscì, s.m. sì. || cu nnu sscì e ccu nnu nno t’accuntènta, con un sì e con un no ti accontenta. || prov. lu sscì t’attacca, lu nno te ssciògghie, il sì ti impegna, il no ti disimpegna.
vrócchele, s.m. 1 (bot.) cavolfiore, pianta dai ceppi voluminosi arborescenti, appartenente alla famiglia delle Brassicacee (Brassica botrytis e nigra). || vrócchele gghianche, nire, cavolfiore bianco, nero. 2 (fig.) citrullo, babbeo, stupido.
* * *
L’angolo delle fiabe e delle favole
Mamma Nannòrca
Ce stéva na vòta n’òme che stéva spusate cu nna fémmena e ttenévene pure na menénna bbèllafàtta nu mare. Nu bbrutte jurne la mugghière jè mmòrta e isse, dòppe che jjè state vìdeve pe nnu bbèlle poche de témpe, ha ddecise de nzuràrece arrète e cce ha ppigghiate a nna védeva cu nna figghia.
La seconda mugghière mmaletrattava nu mare a lla figghiastra e lli facéva fà li sruvizia da sèreva.
Nu jurne l’ha ccumandata de jì a gghiettà la munézza inte lu fosse adova stéva de casa Mamma Nannòrca. La menénna ha ppigghiate la pulégna e jjènne abbijata. Come jettava la munnézza, la pulégna l’è scappata da mmane. La pòvera menénna no nzapéva come jèva fà. Avéva pajura de jìrece a rreterà a lla casa sènza la pulégna; no ntenéva, però, manche lu curagge d’asscégne accata Mamma Nannòrca pe ffàrecela dà nderète.
Dòppe che cce ha ppenzate nu pòche, ha ddecise de dice a Mmamma Nannòrca:
“Mamma Nannò’, m’ada dà nderète la pulégna?”
“Asscigne e jànnetela pigghia” ha rresposte la stréja.
La menénna, che avéva pajura che lla stréja ce la magnava, jènne asscénta cu llu còre che cce ne vuléva fuje da mpétte. Come ha vviste a Mmamma Nannòrca, quésta l’ha dditte:
“Prime de dàrete nderète la pulégna, m’ada zappà la casa.”
La menénna, mméce de pigghià la zappa, ha ppigghiate la scopa e ha scupate bbèlla bbèlla la casa che stéva ssciòcca nu mare.
Come ha ffenute, la stréja l’ha dditte de zappàreli la ciòcca. La menénna ha ppigghiate la pettenéssa e ccu ttanta delecatézza ha ntricciate a Mmamma Nannòrca.
La stréja quante jè rrumasta pe ccome la menénna c’èva cumpurtata e ll’ha vvelute fà nu rijale. L’ha ppurtata nnante e nn’armadia chiéna de vèste e ll’ha addummannata si vvuléva la vèsta de sacche o quédda de séta. La menénna, che stéva sèmpe addeméssa e stéva abbetuata a nno mpretènne ma’ nénte a lla casa, ha rresposte sùbbete che vvuléva la vèsta de sacche, ma Mamma Nannòrca l’ha ddate quédda de séta. Po’ l’ha dditte de capàrece nu pare de scarpe e lla menénna ce ha ccapate quéddi cchiù bbrutte. Mamma Nannòrca, però, l’ha ddate quéddi cchiù bbèlle.
Dòppe che ll’ha ffatte métte ncodde la vèsta de séta e lli scarpe che jjèvene bbèlle nu mare, Mamma Nannòrca l’ha ddate nderète la pulégna e ll’ha dditte che cce ne putéva jì a rreterà a lla casa. Prime che lla menénna ce ne jéva, l’ha rraccumannata, quanne passava pe ssotta lu ponte, de no mmòve la ciòcca quanne sentéva arragghià lu ciucce e dde ajjavuzàrela quanne sentéva cantà lu jadde. La uagliòla, dòppe che ha rrengraziate e ssalutate a lla stréja, ce n’è gghiuta.
Quanne jè ppassata pe ssotta lu ponte e ha ssentute lu ciucce che arragghiava, non c’è smòsta, ma come ha ssentute lu cuccuracù de llu jadde, ha ajjavuzate la ciòcca e cc’è ttruuata mpronta na stédda che llucechijava nu mare. Jè rreterata a lla casa vestuta come na prencepéssa e jjèva cchiù bbèlla de llu sole.
La matrèja, come l’ha vvista, jè rrumasta frédda. Ha vvelute sùbbete sapé come jéva fatte p’avé quédda vèsta, quéddi scarpe e lla stédda mpronta. La figghiastra l’ha arraccuntate tutte còse.
Rusecata da lla mmidia, la matrèja ha vvelute fà jì pure a lla figghia che cce ha ffatte scappà appòsta la pulégna da mmane e ppo’ ha addummannate a Mmamma Nannòrca de dàrenela nderète. Pure quésta vòta la stréja ha dditte a lla menénna d’asscégne pe ppigghiàrecela.
Come la menénna ha vvute l’órdene de zappà la casa, ha ppigghiate la zappa e ha arrevunate tutte l’àstreche. Mméce de fà lu cape a Mmamma Nannòrca, l’ha tterate tutte li capidde. Quanne po’ ce ha ccapate la vèsta de séta, Mamma Nannòrca l’ha ddate quédda de sacche e lli scarpe cchiù bbèlle la stréja l’ha ccagnate cu lli cchiù bbrutte. Prime che lla uagliòla ce ne jéva a lla casa, Mamma Nannòrca l’ha dditte che ssotta lu ponte jèva ajjavuzà la ciòcca quanne arragghiava lu ciucce e jjèva sta fitta quanne cantava lu jadde. La uagliòla, despiaciuta nu mare, ce n’è gghiuta.
Quanne jènne arrevata sotta lu ponte e ha ssentute lu jadde cantà, no nc’è smòsta. Come lu ciucce ha arragghiate, jéssa ha ajjavuzate la ciòcca e jjè ttruuata cu ddoje récchie de ciucce.
Apparicchiata a qquédda manéra, ce n’è gghiuta a lla casa adova la mamma, che nno vvedéva l’ora de vedé a lla figghia, jè mmòrta sckattata pe llu delore.
Mamma Orca
C’erano una volta un uomo e una donna felicemente sposati che avevano una bambina molto carina. Un brutto giorno la moglie morì e lui, dopo essere rimasto vedovo per parecchio tempo, decise di riprendere moglie e si sposò con una donna anch’essa vedova con una figlia.
La donna maltrattava molto la figliastra sottoponendola ai lavori più umili.
Un giorno le ordinò di andare a buttare l’immondizia nel fosso dove abitava Mamma Orca. La bambina prese la pulégna* e si avviò. Nell’atto di buttare l’immondizia, la pulégna le cadde dalle mani. La poverina non sapeva che cosa fare. Ritornare dalla matrigna senza la pulégna, la terrorizzava; scendere da Mamma Orca per farsela restituire, non ne aveva il coraggio.
Dopo aver riflettuto un po’, decise di rivolgersi direttamente a Mamma Orca dicendole:
“Mamma Orca, mi ridai la pulégna?”
“Scendi e vieni a prenderla” le rispose la strega.
La bambina, che temeva di essere mangiata dalla strega, scese con il cuore in gola. Appena si trovò di fronte a Mamma Orca, questa le disse:
“Prima di restituirti la pulégna, mi devi zappare la casa.”
La bambina, invece di prendere la zappa, prese la scopa e ripulì accuratamente la casa, che era molto in disordine.
Appena finì, la strega le ordinò di zapparle la testa. La bambina prese il pettine e intrecciò i capelli di Mamma Orca con molta delicatezza.
La strega fu molto colpita dal comportamento della bambina e volle premiarla. La condusse davanti ad un armadio pieno di vestiti e le chiese se voleva il vestito di sacco o di seta. La bambina, che era molto remissiva ed era abituata a non pretendere mai niente a casa sua, rispose subito che sceglieva quello di sacco, ma Mamma Orca le diede quello di seta. Poi la invitò a scegliersi un paio di scarpe e la bambina scelse le più brutte. Mamma Orca, però, le diede quelle più belle.
Dopo averle fatto indossare l’abito di seta, che era stupendo, e le scarpe che erano bellissime, Mamma Orca le restituì la pulégna e le diede il permesso di ritornare a casa. Prima che la bambina andasse via, le raccomandò di non muovere la testa al raglio dell’asino e di alzarla al canto del gallo, quando passava sotto il ponte. La fanciulla, dopo aver salutato e ringraziato la strega, andò via.
Quando passò sotto il ponte e sentì l’asino ragliare, non si mosse, ma appena sentì il chicchirichì del gallo, alzò la testa e si trovò sulla fronte una stella che brillava. Ritornò a casa vestita come una principessa ed era bella più del sole.
La matrigna, nel vederla, rimase di sasso. Volle subito sapere come avesse fatto a procurarsi quel vestito, quelle scarpe e la stella sulla fronte. La figliastra le raccontò tutto.
Rosa dall’invidia, la matrigna volle mandare anche la figlia che si fece cadere la pulégna dalle mani apposta e poi chiese a Mamma Orca di ridargliela. Anche questa volta la strega invitò la bambina a scendere per riprendersela.
Appena la bambina ebbe l’ordine di zappare la casa, prese una zappa e rovinò completamente il pavimento. Invece di pettinare Mamma Orca, le strappò tutti i capelli. Quando poi scelse il vestito di seta, Mamma Orca le diede quello di sacco e le scarpe più belle le sostituì con le più brutte. Prima che la ragazza andasse via, la strega le disse che sotto il ponte avrebbe dovuto alzare la testa al raglio dell’asino e rimanere ferma al canto del gallo. La ragazza, molto delusa, andò via.
Quando arrivò sotto il ponte e sentì il gallo cantare, lei non si mosse. Appena l’asino ragliò, lei alzò la testa e si trovò con due orecchie di asino.
Conciata a quel modo, fece ritorno a casa dove la madre, che non vedeva l’ora di vedere la figlia, schiattò per il dolore.
* * *
da GALANTE G. Fiabe e favole raccolte a San Marco in Lamis. Prefazione di Raffaele Nigro, Bari, Levante 2010, pag. 314.
Contenuto dell’opera:
16 favole e 54 fiabe scritte in dialetto e in italiano, una ventina di disegni.
* * *
Tutti i vocaboli del glossario sono tratti da “Il dizionario del dialetto di San Marco in Lamis” di Grazia e Michele Galante che è in vendita al prezzo di € 40.00. Gli interessati possono rivolgersi direttamente agli Autori.
I brani e i testi trattati sono contenuti nelle pubblicazioni di Grazia Galante sotto elencate:
- I proverbi popolari di San Marco in Lamis, Bari, Malagrinò, 1993
- La cucina tradizionale di San Marco in Lamis, Bari, Malagrinò, 1999
- La religiosità popolare di San Marco in Lamis, Bari, Malagrinò, 2001
- Il dizionario del dialetto di San Marco in Lamis, Bari, Levante Editori, 2006
- Fiabe e favole raccolte a San Marco in Lamis, Bari, Levante Editori, 2010
Per informazioni
e contatti:
Galante Prof. Grazia
Via Mons. F. M. Farina, 5
71014 San Marco in Lamis (Foggia)
Infotel: (+39) 0882 833125
E-mail:
graziagalante@alice.it
© Since 2000 - Grazia Galante - All Rights Reserved ®
