L'almanacco di Grazia Galante

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Cummà', non ime ditte nente

Dialoghi in dialetto garganico pubblicati da Il Solco di San Marco in Lamis (1928 -1929). Introduzione, traduzione e note a cura di Michele Galante con la prefazione di Joseph Tusiani

Edizioni del Rosone (2012)
€ 12,00 + s.p.

 

La nuova pubblicazione di Michele Galante

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Li vutarèdde

 

Altarino addobbato da Michele Radatti nel mese di maggio in onore della Madonna lungo la scalinata della Chiesa di San Giuseppe

Nel mese di maggio in tutte le strade del paese i bambini, a volte aiutati dagli adulti, preparavano li vutarèdde (gli altarini). Si recavano nella immediata periferia del paese per raccogliere li panacuche (Sinapis Irsuta) che poi legavano a semicerchio e fissavano alla parete perché fungessero da corona oppure preparavano una corona di fiori con la carta velata (velina), sotto la quale disponevano le figurine della Madonna e una mensoletta su cui appoggiavano qualche bottiglietta o bicchiere con la candela e con i fiori di campo. Nel tardo pomeriggio i bambini del quartiere insieme agli adulti si sedevano davanti all’altarino per recitare il rosario cantando le “Ave, Maria,” e canzoncine dedicate alla Madonna, come “Tu sei tanto vaga e bella” e “ Ai tuoi piedi, Maria diletta ...”.

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La Cumpagnija

 

Un posto particolare nella devozione sammarchese è occupato da San Michele Arcangelo. In suo onore ogni anno viene organizzato un pellegrinaggio a piedi che dura tre giorni: due per il viaggio e uno di permanenza nel paese. Sono centinaia le persone di tutte le età che vi partecipano con molta devozione. Secondo la tradizione i pellegrini (la Cumpagnija) partono, sotto la guida spirituale di un sacerdote, all’alba del primo lunedì che segue l’ottavo giorno dell’Apparizione dell’Arcangelo Michele (8 maggio) dalla chiesa della Collegiata, dopo aver partecipato alla santa messa. Essi, per affrontare il viaggio, portano con loro ombrello, boraccia, secchiello, cappello e qualche pellegrino porta lu sberdone, che è il bastone del pellegrino.

Durante il percorso si fanno alcune soste: al Convento di San Matteo, a San Giovanni Rotondo e a  Campolato per un pranzo al sacco.

Quando si arriva ai piedi della montagna su cui è situata Monte Sant’Angelo, ogni pellegrino prende una pietra da portare con sé nella salita verso la grotta dell’Arcangelo, come segno di devozione e penitenza e la porta sempre nella stessa mano per poi farla rotolare giù quando giunge alla cima della “costa”.

L’ingresso nella Grotta è accompagnato dal canto “ O Glorioso Principe” mentre le campane del Santuario suonano festosamente.

Tra le preghiere che si recitano nei giorni di permanenza a Monte Sant’Angelo c’è la “Coroncina angelica”.

Il ritorno dei pellegrini a San Marco è atteso con ansia da tutta la cittadinanza, che si riversa per le strade del paese per vedere sfilare in processione parenti e amici che hanno partecipato al pellegrinaggio più noto nella nostra comunità.

Veneranda Mercaldi vestita come S. Michele (foto 1955)

Il pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo è organizzato dalla confraternita “San Michele” facente parte della parrocchia della Santissima Annunziata (Chiesa Madre), che è la confraternita più giovane ed è molto attiva.

Anche i Cagnanesi sono molto devoti dell’Arcangelo Michele, in suo onore preparano ogni anno grandi festeggiamenti che durano per tre giorni: dall’8 al 10 maggio, festa di San Cataldo, protettore del paese.

Anche a Cagnano Varano c’è una bellissima grotta, poco distante dal centro abitato, che, pare, sia comunicante con quella di Monte Sant’Angelo.

A Monte Sant’Angelo, invece, la festa in onore di San Michele ha luogo il 29 settembre.

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San Pasquale

Il 17 maggio ricorre la festa di San Pasquale Baylon, protettore delle donne. A lui ricorrevano le ragazze da marito che lo invocavano con la seguente preghiera:

 San Pasquale Bbajelònne,
prutettore de lli dònne,
truvamille nu marite
gghianche, russce e cculurite,
come e tté, tale e qquale ,
o gloriose San Pasquale.

 
San Pasquale Baylon,
protettore delle donne,
trovami un marito
bianco, rosso e colorito,
come te, tale e quale,
o glorioso San Pasquale.

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Santa Rita

Bambina vestita come Santa Rita da Cascia

Un’altra santa molto venerata a San Marco in Lamis è Santa Rita da Cascia. A Lei si rivolgono i Sammarchesi per chiedere grazie. I devoti pregano la Santa nei quindici giovedì a Lei dedicati che iniziano nella seconda metà del mese di febbraio e si concludono il giovedì che precede la data del 22 maggio. La preparazione alla festa continua con la novena, che si svolge dal 13 al 21 maggio, e con il triduo, che ha luogo dal 19 al 21 dello stesso mese, e si conclude con la benedizione delle rose, dell’olio santo e dei vestitini, uguali a quello della Santa, che numerose mamme fanno confezionare per voto per le loro figliolette.

Il giorno 22, oltre alla celebrazione di parecchie messe e alla distribuzione delle rose, ha luogo una processione molto partecipata che parte dalla chiesa di Santa Chiara e, dopo aver attraversato le principali vie del Paese, allietata dalla banda musicale locale, si conclude con i fuochi pirotecnici. Detta processione, come quella che si svolge in onore di San Michele Arcangelo, è particolare proprio per la partecipazione di decine e decine di bambine vestite come Santa Rita che portano in mano un crocifisso e un mazzetto di rose.

Parecchi sono anche i devoti che portano in chiesa una bottiglietta di olio di oliva da far benedire e da utilizzare poi eventualmente durante l’anno per ungere le parti doloranti del corpo.

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La Madonna di Stignano

La Madonna di Stignano, che si venera nell’omonimo Santuario, è considerata la Castellana della valle, che porta il suo stesso nome, ed anche patrona delle messi. A Lei ricorrono con fervore gli agricoltori per chiedere abbondanti raccolti.

Nel mese di maggio organizzano la festa durante la quale la statua della Madonna viene portata in processione per la benedizione dei campi del Tavoliere delle Puglie.

“Madònna de Stignane,
Tu la grazia ce l’ada fa;
si lla recòta ce fa’ fà,
bbèlla fèsta t’ima fa.”
Ha rresposte la Madònna:
“No vvogghie jèsse canzunata,
si lla fèsta no mme facite,
avite vogghia a ssumentà.”

 
“Madonna di Stignano,
tu la grazia ci devi concedere,
se il raccolto (abbondante) ci fai fare,
bella festa ti dobbiamo fare.”
Ha risposto la Madonna:
“Non voglio essere canzonata,
se la festa non mi fate,
è inutile seminare.”

 

Glossario

Campolate, s.p. Campolato, località ricadente nell’agro di San Giovanni Rotondo nella quale i partecipanti a lla Cumpagnija di San Michele sostano qualche ora per riposarsi.

canzunà, v.tr. canzonare, prendere in giro.

cavicione (var. cavecione), s.m. 1 calzone: involucro di pasta da pane variamente farcito e cotto nel forno. || cavicione cu lli cepodde, calzone farcito con cipolle, condite con olio, sale, olive e acciughe. 2 insieme di due fiscoli e della pasta di olive posta al centro per la pressatura.

còsta, s.f. 1 costa. 2 fianco di una montagna. || ncima la costa, in cima al monte.

Cumpagnija, s.p. gruppo di pellegrini devoti di San Michele Arcangelo che ogni anno si reca in pellegrinaggio a piedi al santuario di Monte Sant’Angelo per tre giorni.

lajenature, s.m. mattarello.

maje, s.m. maggio.

massare, s.m. 1 agricoltore, proprietario o affittuario di terreni posti nel Tavoliere delle Puglie. 2 massaro, fiduciario, responsabile di una azienda agricola. 3 guardiano della masseria; addetto alla caseificazione ed anche alla mungitura in una grossa masseria; guardiano di animali.

panacuca (var. panacuche), s.f. (bot.) rapastrello, pianta erbacea della famiglia delle Crocifere (Sinapis irsuta).

recòta, s.f. 1 raccolto. || fà nu mare de recòta, fare un raccolto abbondante. 2 raccattata. || fà na recòta de castagne, raccattare molte castagne.

spunzale, s.m. (bot.) 1 cipolla porraia, cipolla a frusta. 2 piantime di cipolla.  

Stignane, s.p. 1 Stignano, santuario mariano sito sull’antica Via Sacra dei Longobardi, al km 17 della strada statale San Severo-San Marco in Lamis, risalente al XIV secolo. Fu ricostruito agli inizi del XVI secolo per volere di Ettore Pappacoda, signore di Larino e Castelpagano. Dal 1560 è affidato ai Frati Minori Osservanti, che lo hanno ampliato e arricchito artisticamente, fino ad essere dichiarato qualche decennio addietro monumento nazionale. 2 Stignano, contrada facente parte dell’agro di San Marco in Lamis.

sumentà, v.tr. 1 seminare. || sumentà a gghjitte, seminare spargendo il seme a mano. 2 (estens.) coltivare un terreno, un appezzamento. || sumentà a lla Stazzijone, coltivare i terreni ubicati nei pressi della stazione di San Marco in Lamis-Scalo. 3 disseminare. || sumentà li sólete pe ttutte, disseminare i soldi per ogni dove.  

tanne, s.m. (bot.) germoglio, tallo. || tanne de catalògna, getto di catalogna; tanne de cecòria, cicoria da cespo; tanne de sckaròla, talli di San Pasquale; tanne de checòccia, zucca, fusto della pianta della zucchina.

vogghia, s.f. voglia, desiderio. || magnà a vvogghia, mangiare con voracità; avisse vogghia a pparlà! Stai parlando inutilmente. 

vùgnele, s.m. (pl. vùgnela) 1 baccello di fava fresca. || vùgnele chjine, vacante, baccello con fave grosse, con fave minute. 2 (meton.) fave tenere. || scòrce de vùgnela, baccello delle fave tenere. 

vutarèdda, s.f. altarino.

da Grazia e Michele Galante, Il dizionario del dialetto di San Marco in Lamis, Bari, Levante 2006.

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L’angolo delle fiabe e delle favole

Li tré cchiove

Ce stéva na vòta nu marite e nna mugghière. Jéssa no mmagnava ma’ cu llu marite, pecché pigghiava sèmpe la scusa che nno lli tenéva fame. Lu marite ce sfunnava li sénze a ppenzà a ccome facéva la mugghière a mmantenérece a lla tésa sènza magnà.

Nu jurne ha ppenzate de jì accata lu vécchie Vedone pe ssapé da isse cacchéccòsa. Lu vécchie prime l’ha annuselate e ppo’ l’ha ddate tré cchiove da métte june p’ogni jàngule de lla casa all’ammicciune de lla mugghière. Quidd’òme, dòppe che ha rrengrazijate e ssalutate a llu vécchie, ce n’è gghiute a lla casa, ma, date che cce stéva la mugghière, non ha ppetute fà nénte.

Nu jurne, méntre la mugghière stéva a lla méssa, isse ha ffeccate li tré cchiove inte lu mure come l’éva ditte Vedone.

La mugghière, quanne jè rreterata, no nce n’ènne addunata de nénte.

Lu crà, quanne lu marite no nce stéva, dòppe che cce ha preparate nu magnarédde tante fine, jènne assettata a lla bbuffétta pe mmagnà. Appéna ce ha ppigghiate lu prime veccone, ha ssentute na voce che ddicéva:

“Mo’ magna Marija!”

“E ssola sola?” addummannava na seconda voce.

“E cche nno ll’ha ffatte ancora?” dicéva na tèrza voce.

Jéssa, come ha ssentute ddi vuce, jè rrumasta cu lla fruccina mmane. Jè ttésa e jjè gghiuta scuuanne pe ttutta la casa pe vvedé si cce stéva ammucciate cacchédùne, ma non ha ttruuate a nnisciune.

Da quiddu jurne, però, jacqua che ha stutate lu foche: ha mmagnate sèmpe cu llu marite pecché avéva pajura che ccacchédùne li jéva a rruffianà che gghiéssa magnava sola quanne isse no nce stéva.

I tre chiodi

C’erano una volta un marito e una moglie. Lei non pranzava mai con il marito, adducendo la scusa di non avere fame. Il marito non si sapeva spiegare come facesse la moglie a mantenersi in piedi senza mangiare.

Un giorno pensò di recarsi dal vecchio Vidone per sapere da lui qualcosa. Il vecchio prima lo ascoltò e poi gli diede tre chiodi da mettere in tre angoli della casa all’insaputa della moglie. L’uomo, dopo che ringraziò e salutò il vecchio, andò a casa, ma, poiché la moglie era presente, non poté fare niente.

Un giorno, mentre la donna era a messa, egli infilò i tre chiodi nel muro come gli aveva consigliato Vidone.

La moglie, quando rincasò, non si accorse di niente.

L’indomani, in assenza del marito, dopo che si preparò un buon pranzetto, si sedette a tavola per mangiare. Appena prese il primo boccone, sentì una voce che diceva:

“Ora pranza Maria!”

“E da sola?” domandava una seconda voce.

“Perché non l’ha fatto ancora?” diceva una terza voce. 

Lei, appena sentì quelle voci, rimase con la forchetta in mano. Si alzò e ispezionò tutta la casa per vedere se ci fosse qualcuno nascosto, ma non trovò nessuno.

Da quel giorno, però, non lo fece più: mangiò sempre con il marito in quanto temeva che qualcuno gli riferisse che lei mangiava da sola quando lui non era a casa.

da GALANTE G. Fiabe e favole raccolte a San Marco in Lamis. Prefazione di Raffaele Nigro, Bari, Levante 2010, pag. 314.

Contenuto dell’opera:

16 favole e 54 fiabe scritte in dialetto e in italiano, una ventina di disegni.

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Tutti i vocaboli del glossario sono tratti da “Il dizionario del dialetto di San Marco in Lamis” di Grazia e Michele Galante che è in vendita al prezzo di € 40.00. Gli interessati possono rivolgersi direttamente agli Autori.

I brani e i testi trattati sono contenuti nelle pubblicazioni di Grazia Galante sotto elencate:

- I proverbi popolari di San Marco in Lamis, Bari, Malagrinò, 1993

- La cucina tradizionale di San Marco in Lamis, Bari, Malagrinò, 1999

- La religiosità popolare di San Marco in Lamis, Bari, Malagrinò, 2001

- Il dizionario del dialetto di San Marco in Lamis, Bari, Levante Editori,   2006

- Fiabe e favole raccolte a San Marco in Lamis, Bari, Levante Editori, 2010

Per informazioni e contatti:
Galante Prof. Grazia Via Mons.  F. M. Farina, 5
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