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L'angolo dei Ricordi

‘Gnenzante’ a San Marco in Lamis
La mattina del 1° novembre non più tardi delle otto, allora eravamo tutti mattinieri, ci ritrovavamo puntualmente al posto stabilito la sera precedente con una sacca di stoffa in cui depositare la questua, con qualche coperchio vecchio o barattolo di latta, da percuotere con un bastoncino di legno, che fungevano da strumenti musicali. Se qualcuno di noi possedeva un’armonica a bocca e la portava, l’orchestra era al completo. Dopo aver stabilito da dove cominciare il giro, ci appostavamo dietro la porta della persona a cui chiedevamo l’ànema li morte cantando: “Joje jè Gnenzante e ttutte lu sapime e ddacce doje fecurarinie...” Non smettevamo di cantare fino a quando non vedevamo la padrona di casa con qualcosa in mano. La nostra richiesta era: “Nuce e ccastagne nuua li vulime / inte la vesaccia li mettime; La vija l’Amèreca jè ttròppe a llogne / e ddacce doje melechetogne; La vija lu campesante jè ttutte mura / e ddacce duje raspe d’uva; La vija lu Calevaruse sò’ ttutte spine / e ddacce doje fecurarinie; Inte sta strata sò’ ttutte de bbon còre / e ddacce na sèrta de pemmedòre.” Noci, castagne, cotogne, fichi secchi chiedevamo e questo ci veniva dato. Eravamo consapevoli che non potevamo chiedere altro poiché le patatine, le brioche, le leccornie di oggi erano inesistenti. Depositavamo con piacere nella nostra sacca quello che ci veniva offerto.
Subito dopo passavamo all’abitazione successiva iniziando nuovamente il canto. Qualche signora ci faceva penare, prima di offrirci l’ànema li morte. Ricevevamo da tutti le stesse cose. Quello offriva il convento, ma noi eravamo ultrafelici.
Io, anche se avevo a casa noci, mandorle, castagne, cotogne e fichi secchi in grande quantità, poiché figlia di contadini, aspettavo con ansia Gnenzante pe jjì facènne l’ànema li morte. Mi piaceva molto l’aria di festa che si creava in ogni angolo del paese a cui contribuivano molto i bambini. L’eco del nostro canto arrivava lontano. La questua la facevamo nel nostro quartiere. C’era un tacito accordo con gli altri. Solo qualche rara volta invadevamo il campo altrui. Quando mi aggregavo al gruppo del rione San Giuseppe, dove abitava mia nonna, lì c’era più concorrenza. In ogni strada si creavano processioni di bambini, improvvisati cantanti e suonatori. Quelli che avevano sorelline e fratellini più piccoli se li trascinavano dietro e anche loro, sepure balbettanti, cantavano insieme a noi. Che festa! Che piacere! Che allegria!
Nonostante le famiglie non fossero facoltose, non negavano a nessuno un pugno di castagne. Spesso le padrone di casa si scusavano per la esigua quantità in quanto avevano dovuto accontentare anche gli altri. Conoscevamo le donne più generose e quelle più avare. Ci accontentavamo di quello che ci davano, non protestavamo mai.
Dopo aver finito il giro, c’era la divisione del ‘bottino’. Generalmente erano le compagne più grandi di età che si arrogavano il diritto di fare la spartizione. A volte queste adoperavano due pesi e due misure, ma noi più piccole, nonostante ci accorgessimo della divisione poco equa, non protestavamo, per non essere isolate e per non trovarcele di sera davanti casa intende a cantare: “Nnanze casa mija ce sta lu mbusse, / passa la cumpagna mija e cce rompe lu musse. / Ada sckattà, ada crepà la pace cu mmé no ll’ada fà. / Ada sckatta, ada crepà la pace cu mmé no ll’ada fà.” Questo canto di sdegno feriva più di una spada.
L’ànema li morte veniva chiesta anche dai giovani che con un asino munito di bisaccia facevano il giro del paese. Essi accompagnavano il canto con fisarmonica, chitarra e mandolino. Avevano dietro di sé una schiera di bambini che non finiva più. Quando si recavano nella strada dove abitava la ragazza amata, cantavano così: “Joje jè Gnenzante e ttutte lu sapime / menate fòre li file zite. / Si ll’ita menà, menàteli mo’ / no nce facite spandecaje.” I giovani, comunque, chiedevano l’ànema li morte soprattutto ai negozianti di generi alimentari, ai macellai, ai baristi e ai cantenére da cui ricevevano bottiglie di liquore, vino, pasta, carne ecc. tutta roba che serviva per un lieto banchetto.
Questa era la festa di Tutti i Santi a San Marco in Lamis e non altro. Oggi ci sono ancora dei bambini che vanne facènne l’ànema li morte. Mi auguro che anche i giovani si diano da fare per non far morire questa tradizione che è tutta nostra.

 

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  • Ogne recchézza dalla tèrra viène, ogne allegrézza dallu còre viène.
    image Ogni ricchezza viene dalla terra, ogni gioia viene dal cuore.
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