L'almanacco di Grazia Galante
Credenze e usanze
La festa della Candelora
Il 2 febbraio, festa della Candelora, in chiesa si distribuisce ai fedeli una candelina benedetta che ognuno conserva accuratamente per usarla al momento dell’agonia di parenti e amici.
Le candele più doppie venivano, invece, una volta adornate con nastri colorati ed appese nelle case negli angoli vicino al letto come motivo ornamentale.
* * *
Festa di San Biagio

Il 3 febbraio, festa di San Biagio, santo venerato soprattutto da chi ha problemi di gola, i devoti si recano in chiesa dove il sacerdote benedice la gola con due candele incrociate
* * *
Carnevale

I giovani innamorati aspettavano con ansia l’arrivo del Carnevale perché esso costituiva una delle poche occasioni in cui potevano interagire con la donna amata passando davanti alla sua abitazione e lanciando confetti di varia forma.
Il più delle volte cercavano anche di entrarvi con la comitiva di amici di cui facevano parte cantando dietro la porta:
Aprìtici le pòrte
Apritici le porte
che passano, che passano
apritici le porte
che passano i cavalié’.
Le porte sono apèrte
e i cavalieri sono entrati.
A gruppi le muntagnòle, (foto 1, foto 2) con i rispettivi cavalieri, giravano per le strade del paese fermandosi nelle case dei conoscenti e dei parenti. Mentre gustavano qualche bicchierino di rosolio, che veniva loro offerto, allietavano la visita ballando la tarantella e cantando:
E nnuua sime muntagnòle
E
nnuua sime muntagnòle
e addurame de viòle.
Rit. E zzumpe e llariuléra
e zzumpe e llariulà.
E ssènza che cce spijate
e nnuua stame accredentate.
Rit. E zzumpe e llariuléra,
e zzumpe e llariulà.
E ssènza che cce vedite
e nnuua tenime lu marite.
Rit. E zzumpe e llariuléra,
e zzumpe e llariulà.
Auuanne sóla sóla
auuanne che bbè cu llu uaglióle.
Rit. E zzumpe e llariuléra
e zzumpe e llariulà.
Auuanne zita zita
auuanne che bbè cu llu marite.
Rit. E zzumpe e llariuléra,
e zzumpe e llariulà.
Carnevale jè mmenute
e li cumbétte l’ime avute.
Rit. E zzumpe e llariuléra,
e zzumpe e llariulà.
La maschera tipica femminile del carnevale sammarchese era la muntagnòla che era composta di gonna, corpino, camicia, grembiule, calze, copricapo e borsetta.
La gonna generalmente era di raso per lo più di colore rosso o verde, lunga fino a sotto il ginocchio, arricciata in vita e adornata nella parte bassa con trine colorate (verde, gialle, rosse, nere ecc.), disposte parallelamente nel senso della larghezza. Proprio sul bordo venivano cuciti dei campanellini che tintinnavano con il movimento.
La camicia era rigorosamente bianca con la pistagna ornata di merletto bianco. Le maniche erano ampie e rigonfie con il merletto in punta uguale a quello del collo.
L’avambraccio era coperto da un polsino di velluto quasi sempre nero, impreziosito da merletti, paillettes, pietre colorate e recante nella parte superiore quattro nastrini colorati, posti a pari distanza lungo il giro, che servivano per legarlo al corpetto.
Il corpetto era di velluto nero, ornato di lustrini e ricami nella parte anteriore dove dei lacci colorati intrecciati lo chiudevano sul davanti. Al giro manica portava quattro nastrini a destra e quattro a sinistra, che servivano per legarlo ai polsini.
Il grembiule, per lo più di colore giallo, era a pieghe e non era molto lungo.
In testa la muntagnòla portava lu quatte pizze, un ‘foulard’ di forma quadrata, di velluto dello stesso colore del corpetto tenuto con uno spillone che copriva appena la testa. Veniva rifinito con merletto bianco ed al centro abbellito sempre con lustrini e ricami.
Le calze potevano essere anche di colore scuro, ma con fasce colorate.
La borsetta era di velluto nero rifinita con il merletto bianco che si prolungava formando il manico. La borsetta era utile per contenere i confetti da lanciare durante la sfilata e durante le visite a casa di parenti e amici.
La muntagnòla si adornava le orecchie cu lli ricchjine a ppire o a ccuralle (foto 1) e ccu lli sckavòtte ed il petto cu lla sùstema, (foto 2) lu mazze, (foto 3) lu lacce a ppepignédde (foto 4) ecc. tutti realizzati dalle abili ed esperte mani dei nostri orafi.
La maschera maschile non aveva un nome. I ragazzi portavano un paio di pantaloni di velluto marrone a coste alla zuava, una camicia bianca su cui indossavano un gilè. Al collo si legavano un fazzoletto rosso e bianco (maccaturédde de scòrcia), e portavano calze ornate con qualche fiocco. In testa avevano un cappello con un fiocco colorato.
Era usanza nei giorni di Carnevale appendere al centro strada un fantoccio che personificava il Carnevale stesso. La sera del martedì grasso a mezzanotte, mentre le campane della Chiesa Madre suonavano per annunciare l’inizio della Quaresima, i giovani mascherati si appropriavano del fantoccio per farne i funerali oppure per bruciarlo e sostituirlo con la quarantana, che serviva per contare i giorni della Quaresima.
Il giorno delle Ceneri era una data importante per i giovani sammarchesi.
Era usanza in tale giorno recarsi in chiesa pe pigghià cénnera. Le ragazze, vestite a festa, si recavano in chiesa non da sole, ma accompagnate da una persona adulta di fiducia che faceva da guardia del corpo. Quelle già promesse (chi tenéva lu zite) andavano con la futura suocera e le fidanzate ufficialmente (quédde accredentate) ricevevano il permesso dai genitori di recarsi in chiesa con il loro fidanzato, ma sempre scortate da una persona matura. Per l’occasione le ragazze, se potevano, sfoggiavano un abbigliamento elegante in cui non mancava mai la sciarpa alla veneziana che negli anni Trenta costava ben 500 lire (una somma considerevole per quel tempo).
Anche i ragazzi partecipavano alla funzione religiosa, indossando il più bel vestito che avevano. Appena finiva la messa, essi si mettevano davanti alla porta della Chiesa Madre e passavano in rassegna tutte le ragazze che uscivano. Poteva essere questa l’occasione per scegliere la futura compagna della propria vita.
* * *
Glossario
accredentàrece (ind. pres. m’accredentéje, t’accredentije, ce accredentéja, ce accredentame, ve accredentate, ce accredentéjene; imper. accredentéjete, accredentàteve; ger. pres. accredentànnece), v. rifl. e rifl. rec. fidanzarsi ufficialmente. Il fidanzamento avveniva poco tempo prima del matrimonio, quando il ragazzo entrava per la prima volta in casa della ragazza. Dopo tale data i due finalmente potevano uscire da soli, ma sempre scortati da qualche familiare. Chi se lo poteva permettere sfoggiava abiti nuovi, di qui l’espressione: “Ma che sta accredentate? riferito a chi è ben vestito. | sin. affedanzàrece, affedàrece.
accredentate, p.p. di accredentàrece, fidanzato ufficialmente. | prov. la fémmena accredentata sta trìdece vòte spusata, la ragazza fidanzata è tredici volte sposata.
amméze (var. a mméze) 1 avv. in mezzo, al centro; per metà. || juste amméze, al centro; tagghià amméze, tagliare a metà; menàrece a mméze a mméze, (fig.) parlare senza riflettere; agire senza un criterio. 2 prep. in mezzo, al centro. || amméze la casa, al centro della casa; Amméze lu Chiane, al Largo Piano; amméze la Chiazza, in Corso Matteotti; Amméze la Chiazza ce lègge lu manefèste, non c’è bisogno di stare a discutere; la gente conosce la verità. E’ un modo di dire tra due litiganti.
auuanne, avv. quest’anno. || auuanne che bbè, l’anno prossimo; si non ènne auuanne, adda jèsse l’anne che bbè, se non è quest’anno, sarà l’anno prossimo; adda jèsse auuanne, ma no nce sape quanne. Espressione usata quando non si vuol far conoscere la data di un avvenimento non lontano nel tempo. * lat. hoc anno.
cénnera, s.f. cenere. || fà la lisscija cu lla cénnera, preparare il ranno facendo bollire la cenere nell’acqua e filtrando poi col ceneraccio il liquido ottenuto. Il ranno serviva per lavare a mano i panni al posto degli attuali detersivi; jì a ppigghià cénnera, recarsi in chiesa il giorno delle Ceneri per ricevere dal sacerdote un po’ di cenere sulla testa, simbolo della caducità dell’uomo; la Bbefana l’ha ppurtate cénnera e ccarrevune, la Befana gli ha portato cenere e carbone, il regalo per i bambini cattivi; nisciune rumana l’ove alla cénnera, nessuno si lascia sfuggire le buone occasioni. || invett. no mpuzze vedé cénnera derète lu foche! Possa tu non vedere la cenere dietro il fuoco! Ti auguro la miseria più nera. * lat cenere(m).
lacce a ppepignédde, s.m. collana d’oro leggermente più lunga del girocollo avente le maglie a forma di acino di pepe; lacce a ffianche, collana della lunghezza di 70-80 cm con ciondolo recante generalmente una foto, che si allaccia sul petto; lacce a rroccoccò, collana stile rococò.
manocchie, s.m. covone, fascio di spighe formato da cinque o sette manipoli (jérmete) legati insieme. || manocchie de rane, de véna, covone di spighe di grano, di avena. * sp. manojo, manipolo.
mazze, s.m. collana d’oro avente come ciondolo una semiluna a cui sono appesi da nove a oltre trenta amuleti d’oro, tra cui la croce, il cuore e l’ancora (simbolo delle tre virtù teologali) – fede, speranza e carità).
mbusse (var. mpusse), 1 p.p. di mbonne | agg. (f. mbossa) bagnato; inumidito. || pane mbusse, pane bagnato; jè mbusse nu mare, è bagnato fradicio; me sènte mbusse, mi sento inumidito. 2 (eufem.) impiccato. || invett. sscija mbusse! Sia impiccato!
mmane, loc. avv. 1 in mano. || métte mmane, mettere in mano; mettere mano (a caciocavallo, botte, pagnotta di pane, prosciutto ecc.); tené mmane, tenere in mano; mmane mmane, lì lì, avere una cosa a portata di mare e non riuscire ad acchiapparla; jènne arrevate lu munne mmane e Cciannone! In quali mani stiamo! 2 sotto, durante, ai tempi. || mmane e Mmusuline, ai tempi di Mussolini, durante il regime fascista; da mmane e ttata, dai tempi di mio padre.
nCannelòra (var. Cannelòra), s.p. Candelora, festa della Purificazione di Maria Vergine e presentazione di Gesù al Tempio. Essa cade, secondo la religione ebraica, quaranta giorni dopo il parto e cioè il 2 febbraio.
ntanne (var. ndanne), avv. allora, in quel momento. || ntanne pe ntanne, sul momento, ntanne stésse, sul momento; da ndanne, da allora.
rentróccele, s.m. mattarello scanalato con cui si taglia la sfoglia di pasta per farei troccoli (maccarune de casa).
ricchjine, s.m. 1 ricchjine a bbettone, a ccérchie, a ccuralle, a ppire, a rroccoccò, a rròta, a ppèndele, a ffilagrana, cu lla prèta, cu llu pennelénte, de marénghe, d’òre, de pèrla, orecchino piccolo e rotondo, a forma di fuso con o senza pietra di corallo, a forma di pera, stile rococò, orecchino a forma di panierino, pendente, di filigrana, con una pietra incastonata, con il pendente, orecchino realizzato con un marengo, orecchino di oro, di perla; la Madònna sape chi tè li ricchjine, (fig.) solo la Madonna conosce la verità. 2 bargigli del gallo.
sckavòtte, s.f. orecchino decorato a smalto, a forma di ventaglio o di barchetta con pendenti, forse di origine borbonica.
sùstema, s.f. collana d’oro di manifattura locale formata da tante borchie a scalare partendo da quella centrale che è la più grande ed è munita di un pendente. || sùstema cuzzulicchie cuzzulicchie, collana con borchie della medesima dimensione; sùstema a rroccocò, sùstema stile rococò.
tabbane, s.m. cappotto pesante ma di poco valore.
toste (f. tòsta), agg. 1 duro. || létte toste, letto duro; pane toste, pane raffermo; toste de récchia, alquanto sordo; tèrra tòsta, terreno difficile da vangare; jèsse toste, (fig.) essere fermo, tenere duro; menì toste, trovare il terreno duro (rif. all’aratura); tené la faccia tòsta, (fig.) essere sfacciato. 2 (fig.) caparbio, testardo. || jèsse ciocche toste, essere caparbio, cocciuto. || prov. la ciòcca tòsta l’ammòdda la Corte, la testa dura viene resa morbida dalla Corte. | contr. mmodde., cenéde. 3 ad alta gradazione alcolica. || vine toste, vino rosso ad alta gradazione alcolica. | sin. tònneche, nire, fòrte.
vernata, s.f. invernata. || vernata docia, inverno non rigido.
vucaca, s.f. 1 (bot.) marruca, soldino o paliuro, pianta appartenente alla famiglia delle Ramnacee (Paliurus australis spina Cristi). E’ un arbusto spinoso molto comune nelle siepi e nei boschi.
zita, s.f. 1 fidanzata, donna promessa in matrimonio. || zìtema, zìteta, la mia, la tua fidanzata.; tené la zita, essere fidanzato. 2 sposa, donna nel giorno delle nozze. || adda passà la zita, deve passare il corteo nuziale; jì alla zita, partecipare ad un festino nuziale; jì apprésse la zita, fare corteo agli sposi il giorno del matrimonio. || prov. zita e llutte / lènza tutte, sposa e lutto, lascia tutto. 3 nubile, ragazza da marito, non sposata, zitella. || jèsse zita, non essere sposata; zita ammasciunata, donna non sposata che fa vita ritirata, appartata; tené na figghia zita, avere una figlia in età da marito. || prov. chi tè la facce ce marita / e cchi no rumana zita, chi ha la faccia tosta si sposa, chi non ce l’ha rimane zitella; quanne la zita jè mmaretata tutte la vònne, dopo che la ragazza si è maritata, tutti la vorrebbero sposare. * tosc. cita.
Tratto da “Il dizionario del dialetto di San Marco in Lamis” di Grazia e Michele Galante
* * *
L’angolo delle fiabe e delle favole
La vólepa e lla calandra
Ce stéva na vòta na vólepa che ha addummannate a nna calandra si vvuléva fà a mmèzatrìja cu gghiéssa. La calandra ha rresposte che sscì. Hanne penzate de sumentà lu rane. Hanne truuate la tèrra e hanne accumenzate a ffatijà avvunite pe ppreparàrela. La vólepa, dòppe nu pòche, ha ffatte mpégna che stéva malata e ha scapulate. La pòvera calandra ha ccuntenevate jéssa sola a ffà li fatije: ha adacquate e ha spatrijate lu fumére pe ngrassà la tèrra; ha ssumentate lu rane che jjè nnate e jjè ccrissciute sèmpe nitte, grazie a lla fatija cuntenevata de lla calandra.
Dòppe che llu rane jè state pesate, jè ppresentata la vólepa, bbène repusata, che ha dditte a lla calandra de sparte méze pe d’une la recòta secunde lu patte che jjévene fatte. La calandra jè stata d’accorde: la vólepa ce ha ppigghiate lu rane e lla calandra la pagghia.
Nu jurne, méntre jévene cammenanne, hanne viste a nnu trajenére che ccarrijava cu llu trajine l’ogghie inte n’otre de pèdda de vove. La vólepa, come l’ha vviste, ha ccercate a lla calandra nu pijacére: la vucélla jèva dà fastidie a llu trajenére pe ffàreli rompe l’otre cu ll’ogghie accuscì jéssa ce putéva curà la rugna che ttenéva.
La calandra ha accumenzate a ggerà péje de na mosca nturne nturne lu trajenére che lla cacciava, ma mperdeménte. Lu trajenére, allora, sfastedijate, ha ppigghiate lu scrujate pe ccògghiela, ma ha ffallute lu tire e ha rrutte l’otre e ll’ogghie jè gghiute tutte ntèrra.
La vólepa, prijata e ssuddesfatta, n’ha apprufettate pe jógnece bbèlla bbèlla e uarìrece.
La volpe e l’allodola
C’era una volta una volpe che chiese a una calandra di mettersi in società con lei. La calandra accettò. Decisero allora di seminare il grano. Trovarono un campo e incominciarono insieme i lavori di preparazione del terreno. La volpe, dopo un po’, fingendo di essere malata, smise di lavorare. La povera calandra continuò i lavori da sola: innaffiò e concimò il terreno per farlo diventare fertile; seminò il grano che nacque e crebbe senza erbacce, grazie al suo continuo lavoro.
Dopo che il grano venne trebbiato, si presentò la volpe, ormai riposata, che chiese alla calandra di dividere il prodotto come da patti fatti. La calandra acconsentì: la volpe prese il grano e la calandra la paglia.
Un giorno, mentre passeggiavano, videro un carrettiere che trasportava con il suo carro l’olio in un otre di pelle di bue. La volpe, appena lo vide, chiese un favore alla sua amica: provocare il padrone per far rompere l’otre contenente l’olio e potersi così curare la rogna da cui era affetta.
La calandra incominciò a girare come una mosca noiosa attorno al carrettiere che cercava di liberarsene, ma invano; questi, allora, infastidito, prese lo scudiscio per punire l’allodola, sbagliò il colpo e ruppe la pelle di bue per cui l’olio si rovesciò per terra.
La volpe, felice e soddisfatta, ne approfittò per ungersi e guarire.
da GALANTE G. Fiabe e favole raccolte a San Marco in Lamis. Prefazione di Raffaele Nigro, Bari, Levante 2010, pag. 314.
Contenuto dell’opera:
16 favole e 54 fiabe scritte in dialetto e in italiano, una ventina di disegni.
* * *
Tutti i vocaboli del glossario sono tratti da “Il dizionario del dialetto di San Marco in Lamis” di Grazia e Michele Galante che è in vendita al prezzo di € 40.00. Gli interessati possono rivolgersi direttamente agli Autori.
I brani e i testi trattati sono contenuti nelle pubblicazioni di Grazia Galante sotto elencate:
- I proverbi popolari di San Marco in Lamis, Bari, Malagrinò, 1993
- La cucina tradizionale di San Marco in Lamis, Bari, Malagrinò, 1999
- La religiosità popolare di San Marco in Lamis, Bari, Malagrinò, 2001
- Il dizionario del dialetto di San Marco in Lamis, Bari, Levante Editori, 2006
- Fiabe e favole raccolte a San Marco in Lamis, Bari, Levante Editori, 2010
Per informazioni
e contatti:
Galante Prof. Grazia
Via Mons. F. M. Farina, 5
71014 San Marco in Lamis (Foggia)
Infotel: (+39) 0882 833125
E-mail:
graziagalante@alice.it
© Since 2000 - Grazia Galante - All Rights Reserved ®

